Filastrocca: il mio fratellino

Mamma ha chiamato me e papà,
doveva parlarci, altro non si sa,
forse ho fatto una marachella,
oppure deve dirci una cosa bella.

Ella ci ha detto che aspetta un bambino,
papà è raggiante, io solo un pochino.
dovrei divider con lui la stanza
e poi di giochi non ne ho abbastanza.

Non era proprio quello che volevo,
ho detto la mia, non so se potevo.
La famiglia adesso si allargherà,
un nuovo bebè presto arriverà.

Dovrò dividere adesso il loro amore,
ma ci sarò ancora sempre nel loro cuore?
Oppure di me si sarebbero scordati
e nemmeno a scuola saremmo più andati?

Passarono i mesi in tranquillità,
mamma era più bella, il perché non si sa,
ella si sentiva stanca e affaticata,
ma un bel giorno sarebbe stata ripagata.

Ed ecco che nacque il mio fratellino,
era piccolo, gracile ma era bellino,
gli presi la mano, era freddina,
ma era molto bella e piccolina.

Mi dispiacque subito di aver pensato
che questo bimbo non lo avrei amato,
lo strinsi a me con grande affetto,
era mio fratello ed era perfetto!

Filastrocca: la vita nel laghetto

Nel mio giardino
c’è un laghetto,
non è tanto grande
ma è perfetto.

Ci sono rane
e anche girini
ed è la gioia
di tutti i bambini.

Se guardi dentro
ci sono tante foglie
con sopra le rane
e l’acqua le accoglie

Si tuffano sempre,
è un trampolino
e il loro ‘splash’
fa sussultare un bambino.

I fiori nell’acqua
sono ondeggiati
basta un poco di vento
per vederli spostati.

Non hanno una sede,
non sono ancorati,
si mischian tra loro
son molto fortunati.

E se la sera
ti fermi a guardare
è tutto più calmo
e ti ci puoi specchiare.

Sol le libellule
librano sopra,
dai colori brillanti,
verde, blu o rosa.

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di  Gennaio tramite la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia.

La vincitrice di questo mese è Annamaria   con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Gennaio

Sono Gennaio, non son tanto bello
e porto in testa un grande cappello,
a molti piaccio e son proprio buoni

invece molti mi voglion far fuori.

Sono un po’ strano, questo lo so,
porto la pioggia oppure no,
porto la neve che riscalda i cuori
ma solo ai bambini perché giocano fuori.

Molti vecchietti di me han paura,
io porto il freddo e non è cosa sicura,
ma che volete, non c’è nulla da fare,
io devo venire, non mi posso assentare.

L’Ospedale delle bambole

Oggi vorrei scrivere un articolo abbastanza particolare, soprattutto in questo periodo dove si parla, purtroppo quotidianamente, di ospedali e di morti.

Il tema è lo stesso ma in una veste diversa e molto più “leggera”.

Vorrei citare la cosiddetta “dottoressa delle bambole”, Greta Canalis. Questa giovane donna proviene da una famiglia di artigiani. Il suo laboratorio è situato a Torino. È un piccolissimo locale, un salottino come lei lo definisce.  

Le bambole dei nostri ricordi, che ci hanno accompagnato nella nostra infanzia e hanno bisogno di essere restaurate trovano un ambiente consono a loro.

Sembrerebbe  a prima vista un lavoro facile ma i materiali di una volta, come lei comunica, erano di recupero, tipo celluloide, cartapesta, paglia, quindi il ridare nuova vita non è così semplice.

Quello che è interessante è la storia che è legata dietro alle bambole. La persona che accede al negozio per il restauro racconta sempre il legame con la bambola. La sua storia viene raccontata e Greta, ascoltatrice di questa, dice che è difficile, per un adulto,  riportare nel dialogo le emozioni per cui ne fa veramente tesoro di questo.  Riparare bambole è più di un lavoro. «Dentro ci sono i ricordi delle persone – spiega Greta – e ridare vita a una bambola significa mantenere vive le emozioni che ci portiamo nel cuore».

La clientela in negozio è varia. Le bambine hanno una sorta di “precedenza”. «Quando mi lasciano la bambola, i loro occhi si riempiono di tristezza. E’ come se si separassero dalla sorellina. Per cui non posso deluderle e devo anche fare in fretta». Ma ci sono anche anziane che arrivano con oggetti che racchiudono storie toccanti. «Una signora mi portò una bambola con indosso i vestitini della figlia, morta quando era piccola. In quegli istanti capisci che stai lavorando a contatto con sentimenti fortissimi».

Greta restaura bambole, peluche, orsacchiotti e tutti quei giochi che hanno riempito gli anni più spensierati di ognuno di noi.

E pensare che da piccola, mentre giocava nelle campagne della sua Tonengo, nel Canavese, Greta non aveva poi tutta questa grande passione per le bambole. «Mi piacevano, certo. Ma ero come tutte le altre bimbe». Ora, invece, sono parte della mia vita».

Ci sono altri Ospedali per le bambole sparsi per l’Italia ma questa sarà un’altra Storia.



Tratto da:

https://www.cronacaqui.it/greta-dottoressa-delle-bambole-cosi-rivivono-sogni-delle-bimbe/

Bella e l’alano George

Eccomi di nuovo a scrivere una storia vera di cui ho sentito parlare ultimamente. Questa volta i veri personaggi sono una bambina e un cane, precisamente un alano.

Questa bella bambina di Woburn (Massachusetts) Bella Burton, all’età di due anni ha iniziato ad avere problemi di crescita. Dopo varie visite effettuate da specialisti le è stata diagnosticata la “Sindrome di Morquio”. Questa le ha causato problemi cardiaci e paraplegia.

Ha subito 9 interventi ma non ha mai potuto abbandonare la sedia a rotelle e le stampelle.

Non riesco ad immaginare il dolore dei genitori, impossibilitati a fare qualsiasi cosa per il bene della bimba. Il fatto poi che Bella fosse consapevole di tutto accresce ancora di più il tormento.

Ma come tutte le favole a lieto fine ecco che arriva il nostro Principe azzurro a salvare la bambina.

Dopo la conoscenza, da parte dei genitori, di un progetto in cui alcuni cani  alani venivano addestrati per aiutare persone in difficoltà motoria, questi si sono recati con la bimba nel centro di addestramento  e qui Bella ha incontrato il suo amico più prezioso. Dicono che è stato amore a prima vista. George, il nome del cane, già da subito è stato ammaliato da questa bimba e non voleva allontanarsi da lei.

L’alano, addestrato dal Service Dog Project di Ipswich (Massachusetts), è entrato a far parte della vita di Bella e da allora l’accompagna ovunque lei vada: a scuola, in palestra, al centro commerciale e a fine giornata si addormenta accanto a lei.

La sua sedia a rotelle è stata parzialmente abbandonata e le stampelle sono state sostituite da George che funge da appoggio alla piccola.

George e Bella hanno un legame inscindibile e lui farebbe di tutto per lei. Sono inseparabili!

George l’ha aiutata a guadagnare autostima, indipendenza e felicità. Con questa motivazione la fondazione American Kennel Club ha incluso l’alano tra i vincitori del premio per l’eccellenza canina.

Ora Bella ha 11 anni e con George al suo fianco è una bambina felice.

(a cura di Marisa Labanca)

Film Wonder

Come ho scritto più volte i miei interessi verso il grande schermo e la lettura sono sempre stati orientati a casi di storie vere, soprattutto legate a bambini o a portatori di handicap. Mia figlia minore mi dice sempre che dovrei farmi valutare psicologicamente perché questo interesse ha sicuramente una sua motivazione, ma visto che lei è in questo ambito lavorativo non prendo assolutamente in considerazione il suo consiglio e vado avanti con i miei interessi.

Ritornando a noi, il mio ultimo film visto (anzi rivisto) è stato Wonder e avevo già scritto qualcosa su questo film che ripropongo perché lo avevo scritto molti mesi fa.  

Buona lettura

Quando mi hanno parlato che era uscito un film con Julia Roberts, che stimo tantissimo come attrice, ne sono andata alla ricerca e l’ho  visto. Inoltre con la visione del film avrei anche trovato stimoli per scrivere l’articolo per il mio blog, che da tempo avevo in serbo, in quanto questi affronta sia il tema del bullismo sia la diversità, due temi importanti attuali che volevo trattare.

Il libro è tratto da una vera esperienza della scrittrice statunitense, Raquel Jaramillo, nota con lo pseudonimo di R.J. Palacio. Un giorno, in gelateria, il figlio di tre anni scoppiò a piangere perché aveva visto una bambina affetta dalla disostosi mandibolo-facciale, la sindrome di Treacher Collins, una malattia rara congenita dello sviluppo craniofacciale, associata a diverse anomalie della testa e del collo che colpisce un neonato su 50mila.

Tornata a casa, R.J. Palacio provò molta vergogna e decise di raccontare la storia di quella bambina e di Auggie la notte subito dopo l’incontro in gelateria: “Ho iniziato a pensare a come deve essere vivere ogni giorno guardando in faccia un mondo che non sa come guardarti”.

Da questa esperienza nasce il libro Wonder che racconta la storia di uno sfortunato ragazzo affetto da questa malattia.

Ritornando al film, che si intitola ugualmente Wonder, che in italiano significa Meraviglia, con sincerità parla ai ragazzi e alle famiglie permettendo loro di affrontare temi importanti come la diversità, la malattia, le difficoltà quotidiane, il mondo della scuola e il bullismo con un sorriso bagnato di lacrime di commozione.

Nel film è drammatica la scena della sua nascita dove le infermiere lo nascondono alla vista della madre, subito dopo il parto, nello sguardo terrorizzato della donna che teme il peggio.

Dopo l’accettazione amorevole da parte dei genitori e della sorella, decidono di dedicargli tutto il maggior tempo possibile per evitargli ogni dolore.

Quindi la mamma funge da maestra insegnandogli tantissime cose e quando lui deve uscire lui indossa un casco da astronauta per evitare i commenti delle persone.

Quando Auggie cresce, dopo aver subito 27 interventi chirurgici correttivi, i genitori decidono di iscriverlo a una scuola media pubblica. Sanno che non possono proteggerlo dal mondo circostante per sempre con tutte le sue insidie. Entrambi vogliono che il bimbo si faccia delle amicizie ma già alla fine del giorno viene soprannominato “Barf Hideous” (che in italiano diventa Darth vomito).

Riuscirà a trovare un amico in Jack, un ragazzo dolce e sensibile che tuttavia esita ad avvicinarsi al nuovo ragazzo diverso per non uscire dal suo gruppo.

Nella scuola è vittima di bullismo, ma il protagonista di Wonder si piega, ma non si spezza. Agli insulti, alle angherie, Auggie risponde sempre con la gentilezza.

Con indicibile audacia Auggie mostra al mondo il suo vero viso, non quello segnato dalle cicatrici degli interventi chirurgici ma quello di un bambino intelligente e sensibile, capace di conquistare il cuore delle persone con gentilezza e umorismo.

Egli è un bambino forte, ma al contempo pieno di ansie e paure che si scopre artefice di un cambiamento positivo dei suoi coetanei nella classe.

Questo cambiamento è sottolineato dal preside della scuola nel suo encomio finale, dove cita alcuni passi di un autore, fondatore della scuola, che sottolineano come la forza di un cuore che trascina altri cuori è motivo di orgoglio e di importanza più di un’ opera di carità.

Il bimbo è pronto sempre a porgere l’altra guancia, e grazie al suo modo di essere conquisterà tutti e in poco tempo diventerà l’allievo più popolare della scuola media Beecher Prep.

Quando un amico gli chiede se ha mai pensato a un intervento chirurgico egli risponderà:”Questo è dopo la chirurgia plastica. Non è facile essere così belli”!

Ci sono almeno tre cose meravigliose in Wonder. Primo il fatto che dipinga i genitori del bambino come “porte”. La loro funzione principale all’interno della storia è infatti sia quella di proteggere il bambino e la sorella dalle brutture del mondo, sia quella di lasciarsi attraversare in modo che i figli vadano oltre, nel caos della vita. Poi che ribadisca come la scuola sia ancora il luogo più importante dell’educazione e della crescita personale, e che infine rivendichi una morale che non ci si stanca mai di sentire. L’ironia, l’intelligenza, l’amore, sono i mezzi con cui si reagisce alle durezze della vita, passando da una situazione di debolezza a una di forza.

Certo, questo è un film a lieto fine, se si può definire così. Il bimbo ha saputo reagire ma soprattutto ha saputo accettarsi con i suoi limiti e i suoi difetti. Ma purtroppo nella vita non sempre avviene così.

Il bullismo è una piaga sociale. Il diverso viene etichettato e preso di mira. La diversità, questa condizione universale che esce dai canoni e ti isola o addirittura ti annienta.  

Ma chi sono i diversi e perché non sono accettati? Eppure si dice che la diversità è una ricchezza. Ce lo insegna la natura. È attraverso la diversità che si arriva alla conoscenza. Ciascuno di noi contribuisce con la sua tessera al grande mosaico (in perenne estensione) del sapere umano.

Tu non sei come me, tu sei diverso,
ma non sentirti perso.
Anch’io sono diverso, siamo in due
se metto le mani con le tue.
Certe cose so fare io, e altre tu
e insieme sappiamo fare anche di più.
Tu non sei come me, son fortunato,
davvero ti son grato
perché non siamo uguali:
vuol dire che tutte e due siamo speciali.

(Bruno Tognolini)

Notizie tratte da Wikipedia 

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione dell’ultima filastrocca di quest’anno, cioè quella di Dicembre, con la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia.

La vincitrice è Paola con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Babbo Natale e la casa nel bosco

In una piccola casa nel bosco
viveva un uomo, era un po’ orso,
non gli piaceva molto parlare
ma tutto il giorno si dava da fare.

Tagliava la legna, curava gli uccelli,
amava molto i pipistrelli,
erano brutti, nessun li voleva,
forse per questo ad esso piacevan.

Un giorno al caldo, nella casetta,
mentre di fuori c’era tempesta,
si mise a pensare: “Che vita che faccio,
sono qui solo, con questo tempaccio.

Io sono qui, nella casetta,
sono al caldo ma nessuno mi aspetta,
lo so, non amo molto parlare,
ma se insisto ce la posso fare”.

Chiamò a raccolta i suoi amici animali,
doveva lasciarli e andar dagli umani,
solo così poteva trovare
un nuovo amico con cui conversare.

Qualcosa di bello doveva portargli,
qualcosa di raro doveva fargli,
prese del legno e cominciò a lavorare,
fece un carretto, poteva bastare.

Ma fece ancora tanti altri oggetti,
venivano bene, eran perfetti.
Un cavallino, la macchinina,
anche un pupazzo e la bambolina.

E mise tutto dentro un sacco,
pesava tanto, era proprio fiacco,
chiamò allora degli amichetti,
erano gnomi, piccoletti.

Avete capito di chi parliamo,
e che ogni anno noi festeggiamo?
È Babbo Natale, che ama i bambini
e porta i doni anche ai birichini.

La neve condivisa

C’era una volta un piccolo paesino di montagna, molto rinomato per la quantità di neve che ogni inverno cadeva imbiancando tutto il villaggio. Era la gioia dei bimbi che vi abitavano, perché potevano giocare tutto il giorno: a lanciarsi palle di neve, gare sullo slittino, pattinaggio sul grande lago ghiacciato che si trovava ai margini del grande bosco. Era un momento felice  per tutti il periodo invernale, anche per gli adulti che erano abituati a vedere questo spettacolo naturale, ma ogni anno era diverso dal precedente.

Al contrario, nel paese vicino, erano ormai molti anni che la neve non arrivava. L’aria era più mite e correnti diverse non agevolavano questo evento. I bimbi erano tristi e passavano le lunghe giornate invernali in casa, non trovando valide motivazioni per stare all’aperto.

Un giorno di Dicembre, un ragazzino di questo paese, si recò dal vecchio saggio che abitava in una piccola casetta nel bosco. Questi era solo, non aveva famiglia e passava tutte le giornate a leggere o ad aggiustare i vari giocattoli rotti che la gente gli portava per ripararli. Viveva di quello! Come ringraziamento del lavoro svolto aveva sempre da mangiare abbondantemente.

Il ragazzino gli trasmise il pensiero di tutti i bimbi del paese: almeno per un giorno avrebbero voluto giocare con la neve.

Egli non poteva esaudire questo desiderio, ma avrebbe pensato a una soluzione.

Pensa e ripensa, gli venne un’idea brillante! Ne parlò con il suo più grande amico che viveva proprio nel paese vicino, quello dove nevicava sempre.

Un mattina il vecchio radunò tutti i bimbi chiedendo loro di seguirli. I bimbi acconsentirono. Tutti in marcia non conoscendo la meta.

Si trovarono così al confine con il paese vicino. Videro decine di bimbi del paese innevato con indosso e in mano guanti, anche per i loro nuovi amici. Erano stati accompagnati lì dai genitori e amici con la motoslitta.

Cominciò così una grande battaglia, la più esilarante, divertente e indimenticabile battaglia di palle di neve.

Curiosità:
Durante la Guerra di secessione americana, il 29 gennaio 1863, ebbe luogo la più grande battaglia di neve tra soldati, lungo il fiume Rappahannock, nel nord della Virginia. Quello che iniziò come un semplice gioco tra poche centinaia di uomini texani che buttavano palle di neve verso i loro compagni di campo dell’Arkansas si evolse presto in una rissa che coinvolse circa 9000 soldati dell’armata della Virginia.

Il 9 dicembre 2009, una folla stimata di circa 4000 studenti dell’Università del Wisconsin-Madison parteciparono ad una battaglia organizzata su Bascom Hill.

Il 22 gennaio 2010 a Taebaek, in Corea del sud, 5387 persone parteciparono a una battaglia.

 Il 6 febbraio 2010 circa 2000 persone si incontrarono a Washington per una battaglia organizzata tramite internet dopo i circa 61 centimetri caduti tra il 5 e il 6 febbraio.

 L’8 febbraio 2013, quasi 2500 studenti dell’università di Boston, presero parte ad una battaglia sul lungomare di Boston, facilitati anche dalla storica tormenta di neve Nemo.

Il 12 gennaio 2013, a Seattle, durante il Seattle’s snow day, 5834 persone presero parte alla più grande battaglia di neve, entrando nel Guinness dei primati.

Secondo alcuni studi di alcuni studenti dell’università della Pennsylvania, la capitale mondiale delle battaglie con le palle di neve è Leuven, in Belgio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_palle_di_neve

Nuova collaborazione con blogger

Ritengo la collaborazione una cosa positiva perché il riscontro con gli altri è essenziale, in qualsiasi ambito. Ormai tutti coloro che si mettono in proprio si legano ad altre figure che rientrano, anche parzialmente, nel loro progetto lavorativo. Questo per offrire un maggior numero di professionisti in un unico riferimento.

In questo specifico caso la collaborazione è con un sito che  tratta attività dirette a bambini. 

Riporto la sua descrizione!

La Favola Vagante si occupa di educare i bambini e i grandi attraverso  le favole, la musica e le filastrocche.

La mia esperienza di una vita passata nella musica e nella educazione dei bambini, la trovate in questo blog.

La priorità viene data a quelle favole che nella loro metafora si occupano di problematiche sociali di grande rilevanza come: La libertà, la democrazia, la donazione, l’amore per i genitori e l’amore in senso generale, il rispetto della natura, il rispetto degli altri.

La mia esperienza di educatore mi ha portato a mettere insieme  la musica, le favole e le immagini, potenziandone cosi  la loro forza reciproca.

Sono nate così dopo le favole, i racconti musicali, e i cartoni animati; favole che potete trovare su Amazon, mentre i racconti  musicali e i cartoni animati, si trovano nei miei concerti multimediali online.

Genitori e insegnanti troveranno materiale da utilizzare ai fini educativi  (favole, filastrocche, disegni, canzoni per bambini, giochi musicali, materiale per recite scolastiche).

La mia ispirazione educativa suggerita da S. Suzuki è nel metodo della “Madre Lingua” , metodo che sta ad indicare che la prima e più importante responsabilità educativa è nelle mani dei  genitori e loro hanno questa grande responsabilità, successivamente il compito passa agli insegnanti!

http://www.lafavolavagante.org/

https://www.facebook.com/lafavolavagante

Filastrocca :gli elfi e Babbo Natale

Siamo gli elfi e siam piccini,
noi piacciamo a tutti i bambini
ma non abbiamo ancora capito
se è per i doni o il nostro vestito.

Alla mattina di buon’ora
siamo ancora sotto le lenzuola,
una campana rimbomba nell’aria,
è la nostra sveglia ed è necessaria.

Tutti di corsa andiamo a lavarci,
è un grande caos per accaparrarci
sia il sapone che l’asciugamano,
facciamo presto o la colazione saltiamo.

Poi profumati e tutti bellini
andiamo a finire i giocattolini,
chi è addetto alle bambole o ai trenini,
chi ai peluche o ai cavallini.

Che bella atmosfera che noi creiamo,
una musica dolce nell’aria sentiamo,
siamo ancora assonnati e anche stanchini
ma Natale è vicino:pensiamo ai bambini!

Ecco, siam pronti, è tutto finito,
facciamo i pacchetti con qualche candito,
le renne aspettano che i sacchi mettiamo,
son pronte a partire e tutti aspettiamo.

Ecco Babbo Natale, è ancora più bello,
per noi lui è un caro fratello,
no , anzi, qualcosa di più,
gli vogliamo un gran bene tutti quassù.

Ed ecco che partono, con un saluto,
anche questo Natale abbiamo potuto
costruire giocattoli per i bambini,
siamo proprio contenti, anche se siam piccini.

Filastrocca: caro Babbo Natale

Toc toc. Posso entrare?
Però nessuno mi deve disturbare,
sono venuto a portare dei doni,
mi hanno detto che i bimbi son stati buoni.

Ecco in un angolo una letterina,
non c’è nessuno in casa stamattina.
Con questo freddo chissà dove sono andati,
c’è anche la neve, si saran bagnati!

Ora mi siedo in questa bella poltrona,
è di raso rosso e sono sveglio di buon’ora.
Sprofondo così nel morbido tessuto
mi sento proprio molto benvoluto.

Però purtroppo nel caldo tepore
mi addormento e passano le ore
e mi ricordo d’un tratto della letterina,
non l’ho ancora aperta, che figura barbina!

“Caro Babbo Natale, sono dovuta partire,
oggi la mamma deve partorire,
ti ho lasciato sul tavolo i biscottini,
un poco di latte e alcuni grissini.

Dona i miei regali a un altro bambino,
a me basta avere un fratellino,
non c’è al mondo cosa più bella,
sul mio albero di Natale aggiungo una stella!”

Iniziativa filastrocche

Siamo giunti alla premiazione della filastrocca del mese di Novembre tramite la collaborazione del mio blog con il forum Graficamia. 

La vincitrice è Lorette con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Non sono un pesce

Mi sono tolta il pannolino
e mi sono infilata il costumino,
ora nel mare mi devo buttare
ma ho paura, non c’è niente da fare.

Il babbo mi guarda con un sorrisetto,
il baffo trema, mi dà uno sberleffo.
Questo mi fa ancora più arrabbiare
e non mi aiuta di certo ad entrare.

Passa davanti a me un pesciolino,
mi dà uno sguardo, è proprio carino.
Chissà chi gli ha insegnato a nuotare,
eh, la natura, quante cose sa fare.

E noi bambini invece perché,
dobbiamo nuotare, senso non c’è.
Già dobbiamo imparar a camminare,
e la pipì addosso non possiamo più fare.

Se sbagliamo in qualcosa ci sanno sgridare,
siamo piccini, dobbiamo imparare.
Il pesce nuota, la rana salta,
l’uccello vola, la biscia avanza.

Invece io devo imparare a nuotare,
non sono un pesce ma lo devo fare.
Guardo la mamma e poi il papà,
mi butto nel mare, che contenti li fa!

La donna marinaio: Lucia Pozzo

Nel giorno commemorativo dedicato alla violenza sulle donne, il 25 Novembre, con il morale a terra per i dibattiti seguiti e le ultime notizie tragiche del telegiornale, ho voluto cercare qualcosa di positivo riguardante il gentil sesso e sono capitata su un sito. Devo dire che avevo già preso in considerazione questo nome fra tanti altri per scrivere poi degli articoli sul mio blog.

Oggi quindi vorrei citare questa straordinaria donna torinese, classe 1961, che ha fatto dello sport il suo modello di vita.

Quello che riporto è solo una sintesi di tutto quello che questa straordinaria donna ha fatto nella sua lunga carriera. Posso senza ombra di dubbio dire che ha vissuto pienamente ogni singolo giorno.

Lucia Pozzo ha iniziato la sua carriera sportiva già dall’età di 4 anni.

Le sue prime attività sono state orientate verso gli sport di montagna, quali lo sci alpinismo, l’arrampicata, il trekking per poi passare all’equitazione, scherma…

Si avvicina agli sport acquatici utilizzando il kajak e irrobustisce i muscoli con il windsurf.

All’età di 17 anni si avvia allo sport della vela e le gelide acque dei laghi del nord Italia la temprano e la avvicinano sempre più ad aiutarla a capire che la vela è uno sport avventuroso e affascinante.

Si laurea in architettura con una tesi sperimentale di indirizzo navale: la progettazione di una barca a vela realizzata in ferro cemento molto sottile, alleggerito con degli inerti speciali.

Nel 1985 si fa sponsorizzare una serie di regate importanti. Raduna il primo equipaggio italiano composto da tutte donne e le allena su una barca che battezza con il nome “Invicta Delfino Rosa”, che sulla fiancata porta dipinto un gran delfino con occhioni azzurri e lunghe ciglia.

Ottiene numerose vittorie. L’equipaggio femminile dà lustro al suo capitano per ben tre anni; a questo punto della carriera, una prestigiosa fabbrica di automobili, rende possibile allo “Stint ex Adriaco”, un tredici metri del 1908, appartenente alla classe 8 metri stazza internazionale, la partecipazione ai più prestigiosi raduni di vele d’epoca del Mediterraneo, con la vittoria del premio “Donne in Carriera” al trofeo Dipartimento Alto Tirreno. Si dice che la veloce barca sia appartenuta al mitico Barone Rosso, asso dell’aviazione della prima Guerra Mondiale e che il suo fantasma aleggi tra le giovani ragazze.

Il lavoro che però affascina maggiormente Lucia consiste nello scovare, per facoltosi armatori, imbarcazioni di pregio abbandonate, consigliarne l’acquisto, seguirne il restauro.

Questa attività l’ha portata a immergersi nei polverosi archivi dei più prestigiosi cantieri navali del mondo e le ha dato l’opportunità di imparare le antiche tecniche della carpenteria navale.

Lucia, molto conosciuta nell’ambiente della nautica italiana e francese, per essere stata fino a pochi anni fa l’unico comandante donna in un ambito ancora dominato dagli uomini, si è fatta per anni promotrice di associazioni e cooperative per la tutela e il riconoscimento della figura professionale dello skipper e del marinaio da diporto.

Compie due giri del mondo su barche differenti, nel circuito dei World Rallies inglesi e francesi. Queste navigazioni le permettono di visitare i luoghi più belli dell’emisfero sud, di attraversare due volte il Pacifico, di navigare nell’Oceano Indiano e di cimentarsi con i pirati e con i venti contrari del Mar Rosso.

Nel 2010 si cimenta ancora una volta con una regata d’altura in equipaggio di due persone, con un’altra donna. Le condizioni meteo sono proibitive, ma Lucia e la sua prodiera condurranno il 14 metri Fieramosca alla vittoria.

Queste e altre simpatiche vicende e navigazioni, sono ampiamente raccontate nei suoi libri, che narrano le avventure di mare del comandante donna e dei suoi equipaggi, condite da una schietta vena di umorismo e femminilità.

Improvvisamente, durante una navigazione d’oltreoceano molto impegnativa, circondata da aurore boreali, orche e iceberg alla deriva, una folgorazione fa scegliere il luogo che risponde alle aspettative della signora del mare.

Attualmente, stufa di avere scatoloni e valigie disseminate tra le case degli amici e i garage della famiglia, decide di dare un domicilio fisso a tutti i suoi oggetti personali. Così, senza rinnegare l’amore per le barche a vela e per il mare, la skipper, il marito navigatore e un bimbo già grandicello, decidono di stabilirsi a quota 1200 metri, nella cornice delle Alpi Occidentali, in provincia di Torino.

Ristrutturano una baita che risale all’Ottocento, costruiscono una stalla e, pur continuando a navigare a turni alterni, si circondano di ingombranti animali.

Qui Lucia disegna, e scolpisce originali mobili di design ispirati ai luoghi esotici che ha visitato.

Una storia di vita vissuta tutta al femminile, dove anche nella quotidianità della montagna, l’autrice rimane sempre un comandante di barche a vela.

Da questo connubio mare-montagna, è nato il libro “Naufragio in alta quota”.
Tratto da:
http://www.luciapozzo.it/chisono.html

Iniziativa filastrocche

Eccoci al mese di Ottobre citando di nuovo la collaborazione con il mio blog e il forum Graficamia riguardo le filastrocche. 

Le vincitrici del mese di Ottobre sono Lorette e Paola con i lavori abbinati alla filastrocca:

La presentazione degli ortaggi 

Io sono una cipolla,
ma guai a chi mi spoglia,
comincia a singhiozzare
piangendo a tutto andare.

E io una melanzana,
beato chi mi ama,
sono sempre abbronzata
e mai sono arrabbiata.

Io sono una zucchina,
sono snella e sono carina,
ho sempre il cappellino,

faccio invidia al mio vicino.

E io che ci sto a fare,
sol cruda mi puoi mangiare,
sono l’insalata,
a volte frastagliata.

Noi siamo un po’ piccanti,
chi ci vuole si faccia avanti,
lasciamo tutti voi
a bocca aperta poi.

Io sono timidino,
arrossisco pian pianino,
sono un pomodoro,
non mi piace star da solo.

Attento a non toccarmi,
mi difendo da tutti quanti,
sono un carciofino
per un gusto sopraffino.

Noi invece insiem danziamo
e ci teniam per mano,
noi siamo i fagiolini
siam sempre magrolini.

Questa è la nostra danza,
per noi ora è abbastanza,
ce ne dobbiamo andare,
nell’orto a riposare.

Ibridatore di Plumeria: Joseph Rosselli

Joseph Rosselli, ex triatleta e ciclista, fu il primo ibridatore di Plumeria. Fanatico floricoltore di Kenner (U.S.A) era di origini siciliane.

Egli non avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato il primo creatore di Plumerie come lo è oggi, accreditato di oltre 50 ibridi di varietà di Plumerie. Rosselli dice: “Questa odissea con le Plumerie è il classico caso di una porta che si chiude ed una che si apre”.

Racconta che tutto cominciò quando con una sua ex fidanzata acquistò una talea di Plumeria bianca ad un mercato delle pulci, poi l’amore per la fidanzata finì e rimase soltanto un lungo e durevole amore per le Plumerie, conosciute per i fiori usati principalmente nelle “Leis”(collane Hawaiane).

Egli cominciò comprando Plumerie dalla Stokes Tropical, un vivaio nella New Iberia , di proprietà di Glenn Stokes, che era il venditore di Plumerie più vicino ed iniziò a sperimentare l’impollinazione incrociata delle migliori varietà. “Io lo avevo preso come un gioco per scherzo con i fiori” disse Rosselli. Il primo ibrido, la Principessa di Metairie , fu creata nel 1998, poi venne la Principessa Victoria Adriana , il nome di sua moglie Victoria, che è di Ontario, ( anche Lei oriunda Italiana ).La Plumeria Princess Victoria è il fiore pubblicato sulla copertina dell’edizione del 2000 del catalogo della Stoke’sTropicals, e la foto pubblicata sul”The Handbook on Plumeria Culture di Richard Eggenberger.“ Io apprezzai il fiore e fui contento di promuovere la Princess Victoria come un tributo a Victoria”, egli disse, “La chiamai così perché riconobbi che questo fiore era il migliore del mondo, come lei.”

Rosselli si dilettò a coltivare altri fiori come Orchidee e rose, ma le Plumerie sono la forma d’arte da lui scelta e da lui usata per pagare un tributo alle donne della sua famiglia e di quella di sua moglie. Di tutte le varietà da lui create, Rosselli disse “La Principessa Anita Rosa, chiamata come sua cognata , Anita Crapanzano, è la più fragrante. “Io voglio rendere le donne della mia famiglia immortali, lasciando qualcosa per mostrare quelle che erano , e per onorarle con qualche cosa che le future generazioni vedranno, questo è l’unico modo per onorare i membri della mia famiglia.”

Rosselli disse che creare delle varietà nuove di Plumeria è un lavoro arduo, anche se la Plumeria non è difficile da crescere individualmente. In media ci vogliono tre o quattro anni per creare un nuovo ibrido, anche perché Kenner non gode le costanti condizioni tropicali che esistono nelle Hawai o nell’America Centrale , dove fioriscono alla temperatura ottimale di 85 Gradi F.(29°C).

Io voglio cullarmi nel mondo delle Plumeria perché penso che i miei fiori saranno cercati dopo.

“Io cominciai ad essere il coltivatore di fiori più incredibili nel loro genere, trovati in tutto il mondo. Io faccio questo per divertimento e trovo la fama internazionale. Questi ibridi sono personalizzati individualmente e soltanto io li ho nel mondo intero.


Plumeria rubra “Princess Victoria”


Plumeria rubra “Princess Josephine Fiorella”

Plumeria rubra “Princess Catherine Louise”

Tratto da un elaborato tradotto di Christine La coste Bordelon

Frida Kahlo: l’artista

Frida Kahlo nasce nel 1907 a Coyoacán (Città del Messico) da Carl Wilhelm Kahlo, fotografo tedesco e da Matilde Calderon y Gonzales, sposata in seconde nozze nel 1898.

Frida è la più vivace e ribelle di quattro fratelli. È indipendente e passionale, intollerante di ogni regola e convenzione; è anche la più cagionevole di salute perché affetta da spina bifida, cioè una malformazione del midollo spinale.

Con il padre ebbe un buonissimo rapporto che ringrazierà con queste parole:” Grazie a mio padre ebbi una infanzia meravigliosa, infatti, pur essendo molto malato fu per me modello di tenerezza, bravura e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi”. Non facile invece il rapporto con la madre per la freddezza pragmatica e il fanatismo religioso.

 

Non si fece però sopraffare dalla malattia e intraprese gli studi con l’obiettivo finale di diventare medico. Studiò inizialmente al Colegio Aleman, una scuola tedesca, e nel 1922 s’iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. Qui si innamorò di uno studente, Alejandro Gómez Arias.

In questo lasso di tempo cominciò a dipingere per divertimento i ritratti dei suoi compagni.

Ma nel 1925 un evento terribile cambiò drasticamente la sua vita. In seguito a un incidente, tra l’autobus su cui viaggiava e un tram. La colonna vertebrale le si spezzò in tre punti. Si fratturò anche il femore, costole, gamba sinistra e l’osso pelvico.

Subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato.

Tutto questo le provocò una profonda solitudine e ebbe solo l’arte come unica finestra sul mondo.

Nella situazione in cui era costretta iniziò a leggere testi sul movimento comunista e fece il suo primo lavoro, un autoritratto che donò ad Alejandro.

In seguito a questa predisposizione naturale i genitori predisposero un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Incominciò così la serie di autoritratti. “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” affermò.

Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a camminare, con dolori che sopportò per tutta la vita.

A 21 anni, in seguito ad approvazione del suo talento e per poter contribuire finanziariamente al ménage familiare, sottopose i suoi quadri al famoso pittore del Messico, Diego Rivera. Questi rimase assai colpito dallo stile moderno di Frida, tanto che la prese sotto la propria ala e la inserì nella scena politica e culturale messicana.

Si sposano l’anno successivo, Diego ha 21 anni più di lei ed è al terzo matrimonio. Ma con lui la vita non è stata facile in seguito alla sua continua infedeltà. Di riflesso anche lei ebbe numerosi rapporti extraconiugali.  

In seguito molti altri eventi lasciarono Frida sempre più triste: un aborto spontaneo, il tradimento di Rivera con la sorella Cristina. In seguito a questo divorziarono ma si risposarono nel 1940.

Frida stessa dirà: «Ho subito due gravi incidenti nella mia vita: il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera».

Lo stile di questa grande artista è ricco di suggestioni surrealiste ed espressioniste a cui aggiunge un tocco naïf che rende le sue opere difficilmente assimilabili ad una qualsivoglia corrente pittorica.

All’inizio i suoi dipinti furono realistici, ritratti della sua famiglia e di amici. Con il passare degli anni i suoi tormenti fisici e psichici tramutarono il suo stile.

Nella sua prima mostra un critico messicano ha commentato:”È impossibile la vita di questa persona straordinaria. I suoi quadri sono la sua biografia”.

Il suo ultimo dipinto “Viva la vida”, eseguito 8 giorni prima di morire, è veramente un ultimo omaggio alla vita. Ritrae dei cocomeri dalla polpa succosa che spiccano, verdi e rossi, su un cielo azzurro.

Frida amava la natura e gli animali. Il meraviglioso patrimonio naturalistico messicano è spesso presente nelle sue opere. I suoi stessi giardini ispiravano i suoi quadri e la consolavano nella sua vita turbolenta.

Ad agosto 1953, per un’infezione con conseguente gangrena, le fu amputata la gamba destra. Morì di embolia polmonare a 47 anni nel 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

Le ultime parole che scrisse nel diario furono: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Tratto da:
https://www.festivalculturatecnica.it/chi-e-davvero-frida-kahlo-5-curiosita-su-di-lei/

https://it.wikipedia.org/wiki/Frida_Kahlo

Iniziativa filastrocche

Dopo una breve pausa legata al periodo estivo nel mese di Settembre ho ripreso la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia riguardo le filastrocche.

La vincitrice del mese di Settembre è Emanuela con il lavoro abbinato alla filastrocca:

La montagna dei bambini

La montagna è da adorare
ci son pochi che lo posson fare,
ai bambini può piacere
solo quel che si può vedere.

Puoi incontrare uno stambecco,
l’ermellino o il gipeto,
uno scoiattolo nel bosco
o un picchio su un ramo morto.

Passa un merlo con un verme in bocca,
cerca il nido e il suo cuore scoppia,
il movimento lo ha disorientato
e il suo piccolo è ancora affamato.

Queste cose piacciono a un bambino,
ma per questo deve fare un cammino,
sarà lungo o sarà breve
chissà quel che dalla strada riceve.

Ma tutto questo ti arricchisce
e la visione non svanisce,
quando a casa tornerai
dentro il tuo cuore troverai.

La pediofobia

Sembra quasi impossibile che oggi, dove si vedono solo scene di violenza, dove anche molti cartoni animati includono identiche scene, si parli di questa fobia.

Si tratta della pediofobia, cioè la paura incontrollata verso le bambole.

L’ho vissuta in prima persona in quanto mia figlia minore, da piccola, aveva paura delle bambole che parlavano o camminavano.

Ho scritto in questo blog alcuni articoli sulle bambole, per cui mi sembra appropriato citare questa patologia.  

Vi sono molte teorie che psicologi e pedagogisti hanno elaborato in merito. Questa patologia può essere vissuta fino all’età adulta. Pur capendo che è infondata nel tempo chi ne soffre non riesce a superarla e, come per quasi tutte le fobie, se si vuole liberarsene bisogna trattarla con mezzi di esposizione graduale, usando una serie di bambole fino ad arrivare a quelle che impauriscono maggiormente il paziente.

Coloro che soffrono di pediofobia, i pediofobici, hanno delle reazioni alla vista delle bambole, che possono comprendere:

– battito accelerato;

– respirazione accelerata;

– secchezza delle fauci;

– tremori e brividi;

– rimanere paralizzati dallo spavento;

– urla e pianti;

– cercare di fuggire.

Un addetto del Pollock’s Toy Museum di Londra, un piccolo museo che espone giocattoli d’epoca, ha confessato che alcuni visitatori preferiscono fare a ritroso tutto il percorso di visita e uscire dall’ingresso piuttosto che affrontare la sala in prossimità dell’uscita, quella che espone decine di bambole, da rarità con i volti di cera a dame di porcellana in abiti vittoriani.
Tratto da:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-le-bambole-possono-fare-paura

Filastrocca: la vita nel laghetto

Nel mio giardino
c’è un laghetto,
non è tanto grande
ma è perfetto.

Ci sono rane
e anche girini
ed è la gioia
di tutti i bambini.

Se guardi dentro
ci sono tante foglie
con sopra le rane
e l’acqua le accoglie

Si tuffano sempre,
è un trampolino
e il loro ‘splash’
fa sussultare il bambino.

I fiori nell’acqua
sono ondeggiati
basta un poco di vento
per vederli spostati.

Non hanno una sede,
non sono ancorati,
si mischian tra loro
son molto fortunati.

E se la sera
ti fermi a guardare
è tutto più calmo
e ti ci puoi specchiare.

Sol le libellule
librano sopra,
dai colori brillanti,
verde, blu o rosa.

Racconti di un apprendista sciamano

Alcuni anni fa ho letto con molto interesse questo libro dal titolo “Racconti di un apprendista sciamano” di Mark Plotkin.

In quel periodo ero la titolare di un Vivaio di piante tropicali ed ero alla continua ricerca di notizie che potessero ampliare le mie conoscenze verso questo mondo meraviglioso.

L’autore del libro,  scritto come un diario giornaliero, ha percorso decine di chilometri con gli Sciamani Yanomano, essendo un appassionato della foresta amazzonica. Si è interessato sia alle piante che agli animali che vi vivevano, ma il suo studio-ricerca era soprattutto rivolto verso la conoscenze, con conseguente approfondimento, dei poteri delle sostanze prodotte da alcune piante.  

Egli scrive: “Avevo seguito il vecchio sciamano per tre giorni nella giungla e nel corso della nostra lunga camminata s’era sviluppato fra noi un rapporto enigmatico. L’uomo medicina era ovviamente offeso del mio desiderio d’imparare i segreti delle piante della foresta che lui conosceva e usava per curare. Tuttavia pareva contento che io fossi venuto da una terra così lontana, mi chiamava l’alieno, per apprendere gli insegnamenti botanici che i giovani della sua tribù non erano più interessati ad imparare”.

Tra lui e il vecchio sciamano con il tempo si è poi instaurato un rapporto di amicizia.

Da questo libro ho imparato nomi nuovi, ho seguito passo per passo, con la fantasia, il percorso fatto da questa persona eccezionale, ho imparato che quello che il mondo moderno sa non è nulla in confronto a quello che viene custodito da questi popoli che dedicano la loro esistenza esclusivamente alla sopravvivenza in una terra piena di insidie ma ricca di elementi naturali e solo la loro grande capacità di saperli utilizzare li porta ad essere Medici, Botanici, Chimici, esclusivamente per il loro popolo.

“Quando un occidentale guarda la giungla, vede il verde: erbe, liane, cespugli, alberi. Quando un indio guarda la giungla, vede le cose fondamentali per l’esistenza: cibo, medicamenti e materie prime per costruire un riparo, intrecciare amache e intagliare archi da caccia”.

Gypsy Blanchard e la sindrome di Münchhausen per procura

Quando ho visto questo film-documentario sono rimasta allibita al solo pensiero che una madre possa essere riuscita  a fare tutto questo.

Sono rimasta sconcertata ma poi è prevalso il buon senso e mi sono detta che purtroppo molte malattie degenerano in atrocità.

Di casi legati alla sindrome di Münchhausen per procura se ne è sempre sentito parlare e di solito non c’è mai un lieto fine per i bambini che le subiscono ma in questo specifico caso è successo proprio il contrario.

Vorrei quindi raccontare in questo articolo la storia di Gypsy Blanchard. Non importa, secondo me, l’epilogo di questa storia e lo cito solo per conoscenza, ma l’infanzia di questa giovane donna che non potrà mai più recuperare  e dimenticare.

Gypsy Blanchard nasce a Chackbay, Louisiana (U.S.A) , nel Luglio del 1991. La mamma, Dee Dee ha 24 anni mentre il papà, Rod ne ha 17.. Poco dopo la nascita il papà lascia la moglie, così il nucleo familiare si restringe e rimangono a vivere insieme Dee Dee e Gipsy, che si spostano a casa dei parenti della madre.

I primi problemi iniziano quando Gypsy comincia a soffrire di apnee notturne, e per questo viene portata spesso in ospedale, dove viene monitorata durante la notte con appositi macchinari.

All’età di 7 anni Gypsy, dopo una caduta sulla motocicletta del nonno, viene portata in ospedale per farsi medicare la ferita sul ginocchio. Al suo ritorno però la madre afferma che le lesioni riportate dalla figlia necessitano di diverse operazioni chirurgiche, e per questo la mette su una sedia a rotelle.

Le cose continuano a complicarsi ulteriormente quando all’età di 8 anni le vengono diagnosticate distrofia muscolare e leucemia. La madre in seguito dichiarerà che la figlia soffre anche di ritardo mentale.

Di lì a poco la povera Gipsy avrebbe iniziato a manifestare una serie di gravi patologie, che non le avrebbero più permesso di giocare, camminare, andare a scuola, vivere un’infanzia e un’adolescenza normali, avere degli amici e un fidanzatino. Leucemia, asma, distrofia muscolare, allergie alimentari, danni cerebrali che la fanno rimanere ad un livello cognitivo infantile, necessità di nutrirsi attraverso una sonda gastrica.

La sua storia comincia a circolare e poco tempo dopo vengono organizzate raccolte fondi per aiutare la madre a permettersi le cure per la bambina. Gypsy viene sottoposta a molte operazioni chirurgiche, durante una delle quali le vengono tolte le ghiandole salivari. In seguito i suoi denti cominciano a deteriorarsi e per questo gli vengono estratti. La notte è costretta a dormire con un respiratore artificiale.

Per più di 10 anni, Gypsy si sposta su una sedia a rotelle e ha subito diversi trattamenti medici accompagnata da sua madre. Dee Dee era ammirata e considerata una madre esemplare da medici e familiari.

La madre aveva tessuto una tela capace di ingannare molte persone, arrivando persino a somministrare alla figlia delle sostanze che simulassero i sintomi delle varie patologie.

Magra, emaciata, senza denti e senza capelli, con dei grandi occhiali da vista, Gypsy Rose ha una voglia di vivere pazzesca. È allegra e socievole e la comunità la aiuta sempre con i suoi trattamenti o regalandole viaggi a Disneyland per rendere i suoi ultimi anni di vita i migliori possibile.

Nel 2005 Dee Dee dichiara di aver perso la propria abitazione a seguito dell’uragano Katrina, perciò vengono aiutate da un’associazione che regala a mamma e figlia una casa nel Missouri.

Qualcosa però non convince i dottori del Missouri, i quali avevano fatto richiesta a Dee Dee dei referti medici della bambina. La donna riferisce di non poterli mostrare perché sono andati persi in seguito all’uragano.

Il sospetto comincia a farsi spazio tra i medici e sarà il preludio di una verità sconcertante.

L’epilogo di questa storia è travolgente: Gypsy Blanchard, insieme al fidanzato Nicholas Godejohn, conosciuto online, uccidono Clauddine “Dee Dee” Blanchard. È il 14 Giugno 2015.

Dopo anni di soprusi, la giovane donna è riuscita ribellarsi, a tornare a vivere e, secondo lei, l’unico mezzo per poterlo fare era eliminare chi non le permetteva questo.

Il giorno seguente verranno ritrovati nella casa di Nicholas, la loro storia d’amore si conclude così.

Nel processo contro il fidanzato Gypsy Blanchard ha voluto testimoniare in sua difesa, ripercorrendo quanto le aveva fatto sua madre e spiegando che l’idea di ucciderla era stata sua.

Le rivelazioni di Gypsy sono sconvolgenti. In realtà lei non ha mai sofferto di nessuno dei disturbi che sono stati dichiarati dalla madre. Nessuna apnea notturna, né disabilità fisiche o mentali. Il suo corpo era perfettamente sano.

Nicholas Godejohn viene condannato all’ergastolo. Gypsy Rose viene invece condannata a 10 anni di carcere per omicidio di secondo grado, concedendole le attenuanti per quello che aveva dovuto subire.

Successivi accertamenti dimostreranno che Dee Dee Blanchard soffriva della Sindrome di Münchhausen per procura, (per procura” perché il paziente inventa la sintomatologia di qualcun altro). Si tratta di un disturbo mentale che porta un genitore (principalmente la madre) a far credere che il proprio figlio abbia delle patologie, allo scopo di guadagnarsi la solidarietà delle persone.

Il nome di questa sindrome deriva da un personaggio effettivamente esistito, per l´appunto il barone di Münchhausen, che visse in Germania nel XIX secolo ed era noto per i suoi racconti estremamente fantasiosi e avvincenti, ma soprattutto umoristici.

Tratto da:

https://www.fanpage.it/esteri/costretta-a-fingersi-disabile-chiede-al-fidanzato-di-uccidere-la-madre-la-storia-di-gypsy/

https://auralcrave.com/2020/07/08/the-act-la-terribile-storia-vera-di-gypsy-rose-e-della-madre-dee-dee/

Iniziativa filastrocche

Anche questo mese, Giugno, c’è stata la collaborazione tra il mio blog e il forum Graficamia, riguardo le filastrocche.

La vincitrice di questo mese è Lorette,  con il lavoro abbinato alla filastrocca:

La soddisfazione di una nonna

“Nonna ma oggi cos’hai?
Sei proprio strana, lo sai?
Vai avanti e indietro in giardino
e parli con un uccellino.

Mi sembri di buonumore
ma mi si stringe il cuore,
quello che fai non ha senso,
anzi, mi lascia sgomento!

Poi ti rivolgi a un topino
e gli dici che ha un bel visino.
E alzi gli occhi al creato
con uno sguardo beato.”

Tu noti il mio turbamento,
mi abbracci e in un momento
io ho capito ogni cosa,
per te la vita è gioiosa.

Sei grata di quello che hai,
null’altro ti interessa ormai,
dalla vita hai avuto e hai dato
e il tuo cuore ora è appagato”.

Iniziativa filastrocche

Anche nel mese di Maggio c’è stata la collaborazione con il forum Graficamia per quanto concerne le filastrocche.

Questo mese, come è già successo altre volte, i lavori vincenti sono due, quello di Lorette e di Paola, a pari merito, abbinati alla filastrocca:

È forte il mio papà

Il mio papà è tanto bello
e porta sempre un fiore all’occhiello,
dice sempre alla mia mamma
che lei è stata la sua prima fiamma.

Io non lo so che cosa vuol dire
ma questa frase la fa impazzire,
allora lo copre di mille bacetti:
i miei genitori sono perfetti!

Dorme vicino alla mia mamma,
mi sa che il buio lo attanaglia,
quasi quasi gli do il pupazzetto
che è da sempre con me nel letto.

Ma ho paura che ci rimanga male
per tutti forte deve sembrare,
in vacanza dice che è un lupo di mare
ma se non sa nemmeno nuotare…

Ma nonostante queste paure
la sua presenza ci rende sicure,
con lui vicino ci sentiamo protette
e ci sentiamo due reginette.


La sposa del mare

Mi appassiono molto a quelle persone che riescono ad ottenere dalla loro vita quello che vogliono. Tante volte i nostri nonni o i nostri genitori avevano un sogno nel cassetto, ma per tanti motivi non hanno potuto realizzarlo. Che fosse un lavoro o un obiettivo diverso non importa.

Molti hanno dovuto ripiegare sul lavoro dei genitori, che questo consistesse nel portare avanti una attività commerciale o lavorativa in genere. Riguardo agli hobby se le risorse  economiche non lo permettevano rimanevano sogni nel cassetto.
E tu vivevi con stretto al cuore il tuo sogno. Magari facevi anche un lavoro che non ti appassionava e quindi ti adattavi a quella situazione perché non potevi fare altro.

Poi i tempi sono cambiati e, se volevi, potevi sceglierti il tipo di lavoro o di studio. E la vita così migliorava.

Negli ultimi decenni siamo ritornati indietro, ti potevi scegliere il tuo percorso di studio ma che poi, per la maggior parte, non lo portavi avanti come obiettivo futuro per carenza di posti vacanti.

Perché ho scritto questo articolo? E riprendo il discorso iniziale: mi appassiono molto a quelle persone che riescono ad ottenere dalla loro vita quello che vogliono.

E voglio scrivere di una donna soprannominata La sposa del mare. Il suo nome è Anna Maria Verzino, di Casalbordino Lido (Chieti) e fa la pescatrice.

Ha iniziato la sua attività ad appena 5 anni, accompagnando il padre Donato a pescare con la barca. Verso i 30 anni, convinta pienamente che quello sarebbe stato il suo lavoro ha ottenuto la licenza di pesca, perché era stata approvata la legge sulla parità dei sessi. L’ha ottenuta dopo aver superato le prove di abilità, quali il nuoto e gli esami.

Lei, unica donna in mezzo a tutti maschi.

Il lavoro del pescatore, come ben sappiamo, è molto impegnativo, sia se sei costretto a stare  fuori con la tua barca tutta la notte sia se esci solo per piazzare le nasse e le recuperi il mattino. Anna Maria faceva così, le ritirava al mattino.
E, come fanno tutti i pescatori, vendeva il pesce sulla spiaggia. A quei tempi era inusuale che questo lo facesse una donna.

Anna Maria è una donna schiva che non ama farsi fotografare e parlare di sé, ama la vita e ama soprattutto il lavoro che si è scelta. Non per necessità o per seguire le orme del padre ma perché il mare l’aveva dentro di sé, il mare era il suo mondo.
La mamma voleva che diventasse sarta ma lei rifiutò perché voleva diventare una pescatrice. E non si è mai pentita di questa scelta.
Nutrì un grande amore per Gloria, la sua prima barca e le altre che le succedettero ebbero sempre lo stesso nome.

«Quando cucino metto il gas molto basso sotto la pentola, così posso uscire sul balcone e guardare il mare». Meglio di questo concetto per definirla non esiste.
“Il mare per me è il mio mare. Gli voglio bene come se fosse una persona. È stata la mia vita intera”.

A ottantaquattro anni Anna Maria ancora affronta il mare, alcune volte con il fratello Bruno, spesso in solitaria avventura, in cerca non tanto di economie con cui contribuire alla vita familiare, ma, oggi più che in passato, alla ricerca di quell’appagamento esistenziale che ha caratterizzato tutta la sua vita. Un’esistenza che si riverbera sul suo volto intenso, plasmato dalla salsedine e ambrato dal sole dove il suo sguardo cristallino diviene ancor più luminoso, reso vivace dalla gioia di condurre una vita amata.

La sua vita l’ha vissuta pienamente, aneddoti da raccontare ne avrebbe tanti ma fanno parte solo del suo mondo.

E, con i suoi occhi azzurro ghiaccio,  scruta il mare, questo suo grande amico che non l’ha mai tradita.Tratto da:
https://d.repubblica.it/attualita/2016/05/18/foto/fotografia_pescatrice_centenaria_abruzzo_la_sposa_del_mare_annalisa_marchionna-3090884/1/

https://d.repubblica.it/attualita/2016/05/18/foto/fotografia_pescatrice_centenaria_abruzzo_la_sposa_del_mare_annalisa_marchionna-3090884/1/

La storia dell’orsetto Teddy

Sono mesi che avrei voluto scrivere un articolo sull’orsetto di peluche maggiormente conosciuto e ho sempre rimandato ma, secondo me, adesso è il momento giusto. Vi chiederete il perché?

In questo periodo credo che i Teddy di tutto il mondo abbiano passato molto più tempo in braccio ai loro amati “amici”.

Non c’è stata solo più la compagnia notturna ma in più occasioni hanno avuto il contatto fisico anche durante queste giornate solitarie. Sono stati non solo i loro compagni di giochi, di tranquillità, di amicizia, ma gli unici amici che potevano incontrare e stringere in un caloroso abbraccio. 

Inoltre l’identica necessità, legata all’orsetto Teddy, è già accaduta durante il periodo della seconda guerra mondiale. 

Molti bambini soffrirono il trauma della evacuazione dalle loro case e furono confortati solo dalla compagnia dei loro orsacchiotti.

E quindi racconto la vera storia di Teddy Bear.

Il nome Teddy Bear deriva da un episodio accaduto al Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, soprannominato “Teddy”, che come passatempo andava a caccia grossa.

Nel 1902, durante una battuta di caccia all’orso lungo il fiume Mississippi. A un certo punto i suoi assistenti catturarono un cucciolo di orso bruno, lo legarono a un albero ed esortarono il Presidente a sparargli per poi portare a casa il suo trofeo.

Alla vista dell’animale ferito e immobilizzato, però, Roosvelt si indignò, dicendo che sparare a un orso in quelle condizioni non sarebbe stato sportivo e si rifiutò di ucciderlo.

La scelta di Roosevelt fu particolarmente apprezzata perché in quella battuta di caccia (come pare accadesse spesso al presidente) lui non riuscì poi ad abbattere nessun orso, tornandosene a casa senza alcun trofeo.

La notizia fece impazzire la stampa, che la diffuse ribattezzando l’orso Teddy Bear.

Il giorno successivo il disegnatore satirico Clifford K. Berryman pubblicò sulla prima pagina del Washington Post una vignetta che mostrava Roosevelt nell’atto di volgere le spalle all’orsetto legato con un gesto di rifiuto.

I lettori si innamorarono dell’orsetto della vignetta, e in seguito Berryman inserì immagini di orsetti in molti dei suoi disegni. Gradualmente, gli orsetti di Berryman divennero sempre più “piccoli, rotondi e carini”, contribuendo a creare lo stereotipo dell’orsacchiotto. Il record di vendite spronò i coniugi a fondare la società Ideal Novelty and Toy Company, un vero e proprio regno degli orsacchiotti.

Roosevelt scrisse a Berryman dicendo “abbiamo trovato tutti molto gradevoli i suoi disegni di orsetti”.

Sull’onda della popolarità di “Teddy Bear” e degli orsetti di Berryman, il 15 febbraio del 1903 Moris Michtom e sua moglie Rose misero in vetrina due orsetti di pezza nel loro negozio di Brooklyn, con il cartello “Teddy’s bears”, previo permesso scritto del presidente di usare quel nome. Il successo fu tale che in seguito i coniugi fondarono una società specializzata nella produzione di orsacchiotti, la Ideal Toy Company.

Nello stesso periodo, Margaret Steiff, proprietaria di una fabbrica di giocattoli in Germania iniziò a commercializzare orsacchiotti. Alla Fiera del Giocattolo di Lipsia, la Steiff vendette 3000 esemplari a un importatore americano. Ancora oggi, la Steiff produce “Teddy Bear” per l’esportazione in tutto il mondo.

Nel mondo dei giocattoli, nessun animale si è mai guadagnato una posizione così in vista come l’orsacchiotto.

E’ lui il pupazzo del cuore, quello che non si butta mai.

Ci sono persone che conservano il loro orso per tutta la vita. Il giocattolo diventa parte integrante della famiglia, fa la stessa vita del proprietario: mangia, dorme e va in vacanza con lui.

All’orsetto sono state dedicate favole in cui è rappresentato come simbolo di virtù.

Dal celeberrimo Winnie-the-Pooh a Paddington e l’orsetto è sempre il più onesto, coraggioso, leale e gentile.

Nel periodo della seconda guerra mondiale la costruzione di giocattoli fu razionata perchè i materiali con cui i teddy venivano costruiti servivano a scopi bellici.

Al giorno d’oggi orsacchiotti storici, vecchi di parecchi anni, sono venduti alle più importanti aste internazionali, da Christie’s a Sotheby’s, a prezzi esorbitanti, come se fossero quadri di importanti pittori.

La prima vignetta di Clifford K. Berryman

Tratto da:
https://www.hobbydonna.it/hobby/53-teddy-bear/536-la-storia-dei-teddy-bears

https://www.luukmagazine.com/teddy-bear-storia-dell-orsacchiotto-piu-famoso-del-mondo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Orsacchiotto

Iniziativa filastrocche

Eccoci giunti al mese di Aprile delle filastrocche con la collaborazione del forum Graficamia.

La vincitrice è Annamaria con il lavoro abbinato alla filastrocca:

Maggio

Eccoci a Maggio, il mese del sole,
di verdi prati per far capriole.
I fiori sono di tanti colori,
per tutti i gusti e tutti i cuori.
Il vento intenso fa dondolare

le fronde degli alberi, lo senti arrivare…
I nidi sui rami stan quasi cadendo
mentre le uova si stanno schiudendo.
La primavera è proprio strana,
un po’ caldo e freddo nella stessa settimana.
Se c’è il sole si sta bene fuori
ma con le nuvole mettiamo i maglioni.
Se poi piove è tutto un pantano,
le rane nei fossi si danno la mano.
Si danno la mano per far un girotondo,
per loro la pioggia è la fine del mondo!
Ma adesso che vi ho parecchio annoiata
con una filastrocca non proprio azzeccata,
auguro a tutti una bella giornata.
Col sole o con il vento la primavera è arrivata!

Filastrocca: i semi delle virtù

Sono piccina ma tanto carina,
forse il visino ho da furbina,
ma sono brava con gli altri bambini,
so farmi amare per averli vicini.

Ogni mattino vado a vangare,
molte cose ho da seminare,
in un lungo solco metto la Speranza,
ma non credo che ce ne sia abbastanza.

Nel solco vicino vorrei l’Amore,
quella bella virtù che ti riempie il cuore,
di questi semi ne ho abbastanza
e ogni anno me ne avanza.

L’ultima cosa che vorrei seminare
si chiama Gioia, il lasciarsi andare:
un caldo abbraccio, un bacino fraterno,
con tutto questo il mondo è più bello.

Ora annaffio tutto per benino,
fra poco tempo spunterà un piantino,
e poi un altro e un altro ancora…
Che bella cosa, non vedo l’ora!

Séraphine Louis de Senlins

Ho finito di leggere da poco tempo un libro sulla vita della scultrice francese Camille Claudel che ho trovato angosciante, al punto tale da non riuscire nemmeno a leggerlo tutto. Non aggiungo particolari del perché ma le motivazioni sono tante.

Ebbene, ecco che senza volere mi imbatto di nuovo in un  caso simile. Questa volta si tratta della pittrice Séraphine Louis de Senlins che come storia si avvicina molto a quella di Camille. Sembrerebbe di leggere la favola di Cenerentola ma questa è una storia vera.

Di lei, come donna e come artista se n’è sempre parlato poco, fino al 2008, in seguito al film di Martin Provost, Seraphine. Il film ha trionfato ai Premi César 2009, con sette premi vinti, fra cui quello per il miglior film e miglior attrice a Yolande Moreau.

Séraphine Louis de Senlins (1864-1942) nasce in francia, ad Arsy, da una famiglia di pastori. Dopo la morte prematura della mamma inizia a lavorare come domestica in un convento, ma se all’inizio credeva che quel mondo fosse il suo ben presto capisce che la sua strada, il suo futuro è fuori, nel mondo.

Continua ad essere una credente devota e, uscita dal convento, la donna inizia a dipingere all’età di quarantadue anni, di sera, alla luce di una piccola lampada a olio, stendendo fogli, tele o pannelli per terra. Dipinge e prega. Recuperava tele e colori come meglio poteva, spesso rinunciando a qualche razione di cibo. Secondo quanto lei raccontava, ad indirizzarla verso la pittura sarebbe stato un angelo o la Madonna.  

I soggetti dei  suoi quadri sono tappeti di fiori, quei fiori che la mamma adorava, tanto che la figlia arrivò a divinizzarla, trasformandola in una Santa.  Per questo non sono semplici decorazioni, ma si distendono sul supporto con una notevole forza espressiva, come percorsi da una semplice, violenta bellezza. i suoi fiori scrutano lo spettatore, come fossero occhi e l’intensa carica onirica e mistica, sottesa a quella produzione. Un costante ritorno ai prati fioriti della madre.

Continuando a lavorare a ore come cameriera per diverse famiglie per mantenersi, ha occasione di lavorare anche per William Uhde, nel 1912, collezionista e critico d’arte. Ma dal carattere riservato Séraphine non parla mai della sua passione.

Ma un giorno William Uhde recandosi  nella casa del vicino nota, appesa tra gli altri quadri, una natura morta, raffigurante delle mele, che colpisce immediatamente la sua fantasia. Un volta appreso che il quadro è stato creato dalla cameriera di entrambi per il critico è una piacevole scoperta. Superato un primo momento di stupore e resosi conto delle potenzialità dell’autrice, decide di comprarle tele e colori, così da favorire l’emergere di un’arte a suo giudizio ricca di immaginazione.

Fu da allora, dalla veneranda età di 48 anni, che Séraphine Louis vide riconoscersi una sorta di talento di stampo naif; un talento che si esplicava però soltanto nell’incondizionata rappresentazione di fiori, piante e vegetazione e che esulava da qualunque altro stampo iconografico.

Ma la carriera della fragile pittrice crollò di lì a poco. La Grande Depressione  del 1929 trascinò  nel baratro gli investimenti di Uhde tanto da farlo quasi fallire come mercante d’arte e curatore di mostre. Non ebbe più la possibilità di acquistare  i quadri e anche gli altri scarsi clienti spariscono. Séraphine  dal canto suo ha sempre usato i proventi della vendita dei dipinti per spese ritenute dissennate, per acquistare oggetti completamente inutili.

Sempre più insicura ed instabile, nel 1931, viene rinchiusa in un manicomio, dove le viene diagnosticata una forma di psicosi cronica con manie di grandezza.

Ma la fortuna critica di Seraphine Louis de Senlis, continuò a coinvolgerla anche quando la sua psiche l’aveva già abbandonata.

Uhde nel frattempo non si lasciò vincere dall’ abbandono della sua artista di punta: il mercante espose le sue opere nel 1932, alla mostra “The Modern Primitives” di Parigi; ancora nel 1937-38 in una mostra dal titolo “The Popular Masters of Reality”, che si tenne in diverse fasi a Parigi, Zurigo ed al MoMA di New York; nel 1942  presso i “Primitivi del secolo ventesimo” in mostra a Parigi, e infine, nel 1945, in una mostra personale delle sue opere sempre nella capitale francese

Seraphine Louis de Senlis invece, abbandonata dal mondo e lasciata macerare a se stessa morirà di stenti e fame all’età di 68 anni, in una Casa di cura a Villers-sous-Erquery, che a ridosso della seconda guerra mondiale, non poteva più garantire una vita dignitosa ai malati che ospitava.

Le su ultime parole furono: “Ho fame!”.

Tratto da:
https://www.stilearte.it/la-favola-di-seraphine-louis-da-cameriera-ad-artista-naif/

http://svirgolettate.blogspot.com/2013/08/seraphine-louis-de-senlis-il-genio-e-la.html

Sono uscito dal tunnel: lettera di un nonno

Questa è una storia inventata e ogni riferimento è casuale. 

“Nonno, mi racconti una storia?” 

“Piccola mia, ti voglio raccontare cosa ho provato ai tempi del Coronavirus.

Vivevo felice con tua nonna, qualche acciacco aveva iniziato a farsi sentire ma sapevo che era dovuto all’età per cui ci convivevo bene. All’improvviso le notizie alla televisione e sui quotidiani sono diventate allarmanti, parlavano di un virus che aveva iniziato ad infettare alcune persone e che bisognava stare molto attenti a non farsi contagiare. 

La notizia non mi preoccupò più di tanto, ne avevo sopportate di cose nella mia lunga vita e di conseguenza non ebbi nessuna reazione in merito. Ero sfuggito alla guerra, alla fame, a varie epidemie per cui questa era solo una esperienza negativa che si aggiungeva alle altre.

Dopo qualche giorno iniziai ad accusa malessere, febbre, tosse e pensai che mi fossi preso l’influenza, anche se avevo fatto, come tutti gli anni, il vaccino. Ma in poco tempo le cose peggiorarono, non riuscivo a respirare, ansimavo come se avessi 5 hm di corsa.

E da lì il buio completo! Capivo perfettamente di non essere più a casa, il letto non era lo stesso, i rumori, gli odori, le voci facevano parte di un mondo che non mi apparteneva. 

Dormivo quasi tutto il giorno e quando ero sveglio il mio respiro era affannoso. Mi sembrava di essere un palombaro e di avere uno scafandro che mi permetteva di respirare sott’acqua. Ma non sentivo la presenza di quest’ultima. Oppure ero su un aereo da caccia e avevo il casco in testa.

Ma non aveva senso. Stavo delirando?

I miei momenti di lucidità erano pochi e fonte di molta immaginazione. Forse mi trovavo in un altro pianeta. Forse ero morto. 

Ero molto triste perché non riuscivo a dare una risposta alle innumerevoli domande che mi ponevo. 

Ogni tanto delle mani toccavano il mio corpo inerme, mi sentivo fluttuare da una parte all’altra, vedevo roteare tutto attorno senza che io avessi contribuito a farlo. 

E le mani accarezzavano il mio volto, giravano il mio corpo e non ne capivo il motivo. Sentivo molto frastuono e mi chiedevo il perché, più voci riempivano il silenzio, voci sommesse e sconosciute. E continuavo a farmi mille domande. 

Cercavo con molto sforzo di aprire gli occhi e quando ci riuscivo intravedevo delle immagini offuscate. Nessun volto conosciuto, né la nonna e nemmeno i miei adorati figli. Possibile che mi avessero abbandonato in mezzo a degli estranei?

Ma ricordo perfettamente quelle mani che con sicurezza e delicatezza toccavano il mio corpo. Ricordo i volti che intravedevo sotto a delle ridicole maschere e sorrisi che brillavano sotto di essere. Ricordo però anche gli sguardi stanchi, persi, tristi. Lo sguardo di chi non dorme da giorni. 

E dopo tutto questo sforzo per capire ripiombavo di nuovo in un sonno agitato. 

A volte pensavo che non vi avrei più rivisto e questo mi faceva stare male. Ma ero in buona compagnia, sapevo che questi Angeli che avevo attorno avrebbero detto una preghiera per me. Ne ero certo!

E invece, inaspettatamente, dopo vari giorni di sofferenza sono ritornato alla vita e ho scoperto la realtà. Poco per volta sono riuscito a respirare da solo. 

Sono giunto a casa, sono sfuggito alla morte anche se è stata una lunga sofferenza. Mi hanno tutti voluto bene e hanno combattuto insieme a me la mia battaglia. E ci sono riuscito, anzi, ci siamo riusciti!

La vita ora è diversa, soffro per coloro che non ce l’hanno fatta ma so che hanno lasciato questo mondo con dignità e rispetto. E che soprattutto non erano soli!


Iniziativa filastrocche

Continua il rapporto con il forum Graficamia per quanto concerne le filastrocche. 

Anche questo mese la vincitrice è Paola con il lavoro abbinato alla filastrocca:

L’uccellino sfortunato

C’era una volta un cagnolino
faceva la pappa nel suo giardino,
in una scodella tutta dorata,
anche se era un poco ammaccata.

Passa di lì un uccellino
e vede il cibo nel scodellino.
Ha fame e freddo quindi ci sta,
mangiare un poco di quella bontà.

Esso si posa pianin pianino
vicino al cibo, ma, poverino,
arriva il cane molto arrabbiato,
lo manda via, rassegnato.

E l’uccellino ci pensa un pochino
e adocchia ben bene quel bocconcino,
ma non ne vale proprio la pena,
morire per una scodella piena.

Ora non resta altro da fare
e piano piano rinizia a volare…